Prendete cento persone
affamate e mettetele davanti a un buffet. Scoprirete che gli anziani
corrono, che i giovani sono lenti, che quelli che stanno in mezzo
sono addestrati come soldati: “tu prendi il secondo, io il primo.
Poi ci vediamo qui tra un quarto d'ora, se non ti vedo andrò senza
di te”.
Vedrete uomini a
braccetto studiare il tavolo con sopra le portate, ancora celate da
coperchi d'acciaio; li vedrete fiutare l'aria: “è una cotoletta”
“no, arrosto” “crauti” “a me sembra minestra”,
intercettare camerieri e cercare di estorcergli informazioni usando
sofisticate tecniche di spionaggio: il sorriso dolce delle proprie
mogli, di donne che, agli occhi di giovani tirolesi, sono come la
propria nonna, e alle nonne non puoi non dire. E così la voce si
sparge: i primi piatti sono a destra, vicino al pane, a sinistra
pesce e carne, forse delle patate.
Sentirete un silenzio che
dura un attimo, quando i coperchi saltano e da lontano si intravedono
teglie ardenti di cibo: sempre troppo poco. Se fosse un western di
Sergio Leone ci sarebbero i tagli immagine sugli occhi, sul cappello
da cowboy e sul cigarillo tra i denti. Qui siamo in guerra, non c'è
il tempo per pensare; se pensi sei un uomo col piatto vuoto. Non c'è
il fotofinish, non si sa chi sia arrivato per primo, ti giri e vedi
solo le teste dei vincitori; dietro uomini e donne di spalle e in
punta di piedi “se ce la faccio prendo la pasta”, si dicono o lo
pensano solo. Qualcuno dice “formiamo una fila ordinata” ma è rimasta solo una bistecca ed è
il caos, una lotta per la sopravvivenza; una strana lotta perché qui
a perire sono i giovani: sono più timidi, tentennano, indugiano
nell'affondare la forchetta sull'ultima porzione di pasticcio. Gli
anziani giocano sull'esperienza, sulla riverenza, usano spietatamente
le proprie rughe, conoscono la fame del 43' che i giovani non possono
aver patito. Inutile competere, allora aspetti. Aspetti che la gente
diradi, e pian piano le tavolate si riempiono di persone di cui ora
vedi solo le nuche. Tra un boccone e l'altro, qualche commento
“tattico”: “hai fatto come me, bravo: anch'io ho preso un po'
di tutto, che poi questi non lasciano nulla”; chi gioca in squadra
di due e si divide il malloppo col coltello come fosse un bisturi;
chi si compiace perché il vicino di tavolo si è riempito il piatto
di un intruglio immangiabile o di qualcosa di molto rosa che sembra
testa in cassetta, no “è sanguinaccio”, avvertono. “Ci
avessero messi più vicini al tavolo del buffet, saremmo riusciti a
fare meglio”, si lamenta qualcuno.
Dicevo,
i giovani sono lenti. E gli anziani non buttano via nulla. Poggi il
piatto dell'insalata (che non sei nemmeno riuscito a condire),
qualcuno ti parla. Passa un minuto, forse meno. L'insalata è già
nel piatto del tuo vicino di gomito. “Ma non era la tua?”. Ormai
è sua, visto che ce l'ha quasi tutta nell'esofago. “Può portare
gentilmente del pane?”, chiede uno a un cameriere. Lui gli fa la
faccia storta: è un buffet non c'è servizio al tavolo. Come tutti
gli uomini gli fa credere che glielo porterà, e poi... e poi va da
un'altra parte. Il tizio guarda a destra e a sinistra, non può
mangiare la sua carne senza un pezzo di pane. Alzarsi? Dite alzarsi a
prenderlo? Meglio chiedere ancora, a una donna questa volta. La cameriera
lo guarda storto, come tutte le donne gli fa credere che non
glielo porterà e poi glielo porta. Qualcuno dirà che gli uomini
sono maschilisti di default perché le donne sono anche loro delle
maschiliste; e forse questo qualcuno ha pure ragione. Sta di fatto
che il tizio può finalmente mangiare la sua bistecca con un pessimo
pezzo pane. “Vedi”, si volta soddisfatto verso sua moglie, “le
cose vanno sempre chieste alle donne”.
È
il momento del secondo assalto e del terzo finché sulla lunga tavola
imbandita rimangono solo briciole, scarti di carne, sughi e qualcosa
che nessuno ha capito cosa fosse e non s'è fidato. “Ci sarà un
dolce?”; prima lo senti come un'eco leggera, poi sempre più forte
finché la stessa frase diventa un punto esclamativo: il dolce c'è.
Anzi ce ne sono tre. Ormai sei frastornato, steso dall'attesa, dalla
calca, dalla tensione, hai fame ma decidi di non andare. Va bene,
vai. Vai e torni col piatto vuoto: i dolci sono finiti. Poi qualcuno:
“lo assaggi, lo vuole assaggiare?”. Mai fidarsi. Perché
nessuno di loro offre nulla che sia commestibile. Mai. Io lo so, il
vicino del mio gomito destro no, o forse ha troppa fame e cede;
quando si è stanchi e si ha fame si fanno simili sciocchezze. Lo
vedi affondare la forchetta piena e poi ingoiare la metà di un
piccolo dolce tondo. Per un attimo lo odi “almeno è riuscito a
mangiare qualcosa di dolce” ma la smorfia
sul viso ti dice che avevi ragione. Vorrebbe fare un fagotto nel suo
tovagliolo di stoffa ma non si fa: c'è troppa gente. Prende la
rincorsa e butta giù la medicina: ha imparato la lezione.
La
cena è finita ma non puoi andare “in pace”, non senza i
racconti. E agli anziani piace tanto raccontare ai più giovani
di quando pure loro erano giovani. “Ricordo una volta, molti anni
fa. Ci chiusero tutti in una stanza ad aspettare la cena. Quando poi
all'improvviso aprirono le porte: un buffet! Ero giovane e,
baldanzoso, superai tutti e arrivai per primo al tavolo” fa con la
mano, indicando un sorpasso a destra. “Da lontano sentivo i più
vecchi che dicevano “c'è rimasto ancora qualcosa?”. Pausa per le
risate, poi: “hai presente ombre rosse?”.
Forse
i più giovani non l'hanno visto, per questo non hanno imparato a fare
come i cowboy.
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