“Il Monti” non è
nemmeno salito al Colle che già sono iniziate le proteste. Gli
studenti temono il remake di un film già visto con politici (che
politici non sono, almeno per la maggior parte) rimbambiti a furia di
contare soldi e un popolo che da contare non ha più nulla, se non le
pecore per via dell'insonnia. Mr. B. dice che i supereroi rimarranno
sù solo finché “non lo dirà lui” (e quelli dei Pdl) come
diceva anche il tizio che ipnotizzava le vecchiette a Domenica in.
Mr. B. dice pure che d'ora in poi farà l'“imprenditore politico”
e viene da chiedersi che cosa abbia fatto finora.
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giovedì 17 novembre 2011
giovedì 21 luglio 2011
E tu perché lo fai?
Ogni giorno compiamo
azioni per così dire automatiche. Le chiamiamo abitudini: mangiamo
tre volte al giorno, dormiamo 8 ore a notte, beviamo una media di due
caffè... e almeno una volta al giorno accediamo a Facebook. Tutti
gesti quotidiani, a parte l'ultimo, li ripetiamo tanto quanto dura
il calendario per un motivo preciso: sopravvivere. Non si vive senza
mangiare, senza dormire e, oserei dire, anche senza caffè. Vi siete
mai chiesti, invece, perché la vostra giornata non si concluda senza
aver cliccato sulla big F? domenica 12 giugno 2011
L'italiano che vo(l)ta
A dispetto di quanto
abbiano detto al Tg1, oggi e domani si vota per il referendum. E non
“volta” come ho scritto poco fa. Anche se questa potrebbe davvero
essere la vo(l)ta buona per una (s)vo(l)ta; per vo(l)ta(re) pagina. Quanto sono strane le
parole.
In una delle sue più brillanti (e disperate) canzoni Giorgio Gaber dice “io non mi sento italiano ma per fortuna, o purtroppo, lo sono”. Beh, oggi è uno di quei giorni in cui io dico “per fortuna”. E voglio scriverlo ora e subito in modo che lunedì sera, al momento dello spoglio, non mi possa rimangiare tutto. E sarebbe un vero peccato. Perché quella che ho visto in questi ultimi mesi, nelle piazze, su Facebook, sui muri e sui siti sono gli italiani che vorrei vedere ogni giorno. L'italiano genio e un po' pazzo, l'italiano che sfotte, sogna, ride; l'italiano che crea, l'italiano che lotta, l'italiano che commuove. L'italiano che trasforma una vecchia canzone di Madonna (“Vogue”) in “Come on vote”; l'italiano del Movimento 5 Stelle che ha un orgasmo quadruplo, l'italiano (Saverio Tommasi) che si inventa un'intervista doppia tra acqua pubblica e privata per spiegare “perché sì”, come dicono dall'Espresso; l'italiano che appiccica su Ponte al Pino (Firenze) uno striscione con su scritto “Amore, vota 4 sì e ti sposo!”. L'italiano (Cisco, ex Modena City Ramblers) che urla i suoi “due sì per l'acqua e quattro per il vino, così vedi come la gente va a votare”. Noi italiani sappiamo essere anche questo, accidenti a noi. Accidenti a noi perché ogni volta dobbiamo toccare il fondo per mostrare il vero lato B del nostro Paese, che non è né il culo delle veline, tesserine, schedine, donnine – né quel che resta del signor B. Ma è quell'aggettivo, “bel”, che spesso ne anticipa la definizione. Noi italiani siamo belli e bravi, un popolo di pensatori e artisti, di uomini e donne che in qualche modo si arrangiano, ce la fanno.
Il problema è che siamo pure masochisti. L'italiano è come la classica donna a cui piace l'altrettanto classico stronzo: ogni volta si dice che sarà l'ultima. E poi ci ricasca e si danna perché non riesce a capire come diavolo abbia fatto a ridursi in quello stato, e per uno così poi? Ecco, chissà che questa volta – ora che abbiamo paura di non poterci nemmeno più permettere di affogare, perché l'acqua potrebbe non essere più nostra – sia davvero quella buona in cui l'italiano pronuncerà quella frase per l'ultima volta: “ma come ho fatto ad essere così stupido?”. E non si volti mai più indietro.
martedì 22 marzo 2011
Nella tana del bianconiglio
Quando questo blog è nato mi sono imposta una regola, una sola: essere sincera, con me stessa prima che con voi. Eppure, la tentazione di dare una mano di bianco a quello che sto per scrivere è tanta. La paura di essere fraintesa, giudicata è forte, mi blocca quasi il pensiero e le mani; ma l'esigenza di raccontare lo è di più.
Sono stata a una mensa per poveri a novembre. Ogni anno da un po' organizzano un pranzo benefico nel giorno di San Martino e io ero là, per lavoro. In quasi dieci anni non mi ero mai accorta dell'esistenza di una porta laterale proprio sotto il loggiato di Piazza Santissima Annunziata; avevo notato l'hotel, gli studenti di Lettere sulle gradinate, le coppie di turisti che indicavano gli Uffizi su una cartina, ma il via vai di quella porta no. Non mi ero mai fermata a pensare al perché ogni giorno decine di persone si ritrovassero lì, sempre alla stessa ora: giovani muratori dell'est e senzatetto seduti accanto ad anziane signore col vestito buono e vecchietti con bavero del cappotto alzato e in mano una busta di plastica azzurra; uomini e donne come se ne vedono tanti, in disparte e silenziosi che a fatica riescono a guardarsi negli occhi. Gli stessi che mi sentivo puntati addosso, quel giorno. O ero io che guardavo loro? Sì, è così. Li guardavo. Li fissavo, e pensavo. Pensavo che io sono diversa da loro che, in quello stato, a dover mendicare un pranzo, non mi ridurrò mai.
Quando sono arrivata di fronte a quella porta ce l'avevo a morte con ognuna di quelle persone, arrese e inermi a una vita li stava divorando; quasi non gli interessasse, quasi non volessero che essere distrutti, annientati. Ero arrabbiata per questo, ma non solo. Mi sentivo fuori posto. “Io non ho nulla a che vedere con questa gente, anzi sono loro a non azzeccarci nulla con me”.
Mi scaldo parecchio se qualcuno si azzarda a dire “negro” o “frocio” o “puttana” a una donna solo perché fa sesso esattamente come un uomo o perché si veste in modo provocante. Ma lo faccio dalla mia bella casa di Firenze, pagata con i soldi dei mie genitori; vestita con gli abiti pagati dai miei genitori; con a tavola pranzo e cena assicurati, pagati con i soldi dei miei genitori. Si parla bene dall'alto della mia condizione, nei panni di una che per tutta la vita è stata un'estranea della vita, di una che non conosce nulla di come si stia fuori senza il bonifico di mamma e babbo, puntuale ogni mese. Una che si riempie la bocca e i pensieri di idee nobili ma che, di fronte a un altro che non rientra nel suo modello prestampato di vita, non riesce che a pensare: “io sono la normalità, tu il diverso e non ti sopporto”.
È terribile. È terribile e ironico come tutto ciò che non accetto, non concepisco, detesto negli altri in quel momento, a tavola, mi abbia sopraffatta: il pregiudizio e un aspro rifiuto per la mia stessa carne, per uno che potrei essere io. Uno uguale a me. Un rifiuto talmente potente da farmi venire la nausea quando ho provato a mandar giù un boccone di carne: era un pasto molto calorico, ci hanno spiegato, per dare energie e riscaldare il corpo di chi, con tutta probabilità, avrebbe dormito all'aperto quella notte. Io tutto quello che avevo in mente era che lì non ci volevo stare. Sarei voluta scappare, tornare a casa e levarmi di dosso l'odore acre di cucina misto a sudiciume di cui il mio perfetto vestito blu savoia era ormai impregnato. Avrei voluto lavarmi la bocca col sapone come si faceva una volta ai bambini che si azzardavano a dire qualche brutta parola, pensando di non essere sentiti. Ma non potevo.
Mentre in molti mangiavano in silenzio o bisbigliando è come se le mie parole rimbombassero nella sala in un'eco martellante; come se tutti potessero sentire la puzza dei miserabili sentimenti che provavo, compreso chi applaudiva per ringraziare del pasto abbondante: tre portate e il dessert, un gelato al gusto di kaki.
Ripensando a quel pranzo mi è venuta in mente una lezione che ho seguito l'ultimo anno di università; l'argomento era: “il pregiudizio e lo stereotipo nella costruzione della notizia”. Me lo ricordo bene, quel pomeriggio. Non ero d'accordo su nulla di quello che la professoressa diceva. “Il pregiudizio non è che il giudizio prima della conoscenza, l'idea che un individuo crea mentalmente riguardo una cosa, una persona, un evento in genere prima che ne abbia un'esperienza diretta. È una scorciatoia cognitiva per il nostro cervello, un meccanismo che ci permette di catalogare semplificando attraverso lo “strumento” degli stereotipi: informazioni e credenze che derivano dalla cultura di riferimento e vengono rafforzate da una certa (e discutibile) condotta dell'informazione”, era più o meno il concetto espresso. Insomma, il pregiudizio è in qualche modo innato, insito nella mente dell'uomo e poi fomentato dai mass-media. Quindi anch'io ragiono in quel modo. Io? Impossibile. Reazione tipica, ma in quel momento non l'avevo capito. Non avevo capito che ammettere il problema significa affrontarlo, iniziare a guarire. Perché anche noi in un certo senso dobbiamo guarire da ciò che continuamente realtà e realtà mediata ci propinano.
Secondo gli studiosi, l'antidoto a questa sorta di “patologia genetica” sta proprio qui: nel riconoscere gli stereotipi di cui il nostro cervello si ciba per fare chiarezza nell'enorme caos che è la realtà ed essere disposti a metterli in discussione. Come? Incontrando persone, provando sensazioni, osservando, ascoltando. Vivendo, insomma, non limitandoci al sentito dire. Forse però “antidoto” non è proprio il termine giusto. Quello funziona a prescindere che tu creda o no che possa salvarti, che creda o no nella scienza medica: entra in circolo ed è fatta. Nel caso dell'esperienza sei tu a scegliere. Un po' quello che Morfeus dice a Neo in Matrix: “Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant'è profonda la tana del bianconiglio”. Di fronte a un episodio qualsiasi che sembra confermare il nostro pregiudizio siamo noi dunque a dover decidere se accettare che questo avvenga, a decidere che quello sarà il nostro punto di vista, o di rifiutarlo e andare oltre.
Io, le pillole, non sono nemmeno capace di ingoiarle ma nella tana del bianconiglio ci ho voluto guardare lo stesso. Mi ci son voluti quattro mesi per venirne a capo ma alla fine credo di averla almeno intravista quel giorno, attraverso quella porta in Piazza Santissima Annunziata. Quando, a tutti i pensieri caritatevoli che mi passavano per la testa, si è sostituito il rifiuto per l'altro sotto forma di stupide definizioni: sono persone arrese, che non fanno nulla per cambiare la loro posizione, cioè per avvicinarla alla mia; persone che vivono alle spalle della società mentre gli altri si fanno il mazzo per vivere dignitosamente; persone che non hanno niente da perdere e dunque rappresentano un potenziale pericolo per me e per le persone a cui voglio bene.
Il mio cervello è fatto con lo stampino, come quello di tutti. I miei modelli sociali e culturali sono comuni al mio gruppo di appartenenza. I mass-media influenzano le mie percezioni della realtà. Non sono diversa. L'ho capito. Lo riconosco. Davanti a me, le due possibilità. Ho scelto. E forse ora inizio a guarire.
mercoledì 16 febbraio 2011
Di chi è la colpa?
Domenica scorsa un milione di donne ha riempito le piazze al coro di “Se non ora quando” e io ero a fare shopping all'outlet di Barberino del Mugello. Mi sono sentita una borghesuccia vuota e superficiale. Quelle donne sono scese in piazza per rivendicare anche il mio di diritto a non essere considerata solo un buco e io nel frattempo mi pavoneggiavo di fronte a uno specchio con un nuovo vestito? Ho “peccato”, e per ben due volte. Perché ne ho comprato due, di vestiti. E non ci sono scuse soprattutto per una come me che è sempre pronta ad alzare quel suo ditino e a dire “questo non proprio si fa!”. La sindrome della maestrina diligente ce l'ho sempre avuta, d'altronde sono una bilancia. Ieri però mi sono sentita come una scolaretta secchiona che si rifiuta di passare il problema di matematica e poi si accorge di aver fatto quel piccolo, minuscolo errore che le costerà una A- . Insopportabile. Così sono andata sul sito di Repubblica e ho guardato qualche video della manifestazione di Roma: la sagra della retorica al femminile. A parte che non se ne può più di elenchi e liste, da quelle di pseudo-denuncia (“Vieni via con me” docet) a quelle della spesa che le casalinghe-lavoratrici disperate avrebbero lasciato a metà per andare in rivolta in tutta Italia.
Ma come è possibile che proprio coloro che lottano contro la visione stereotipata della donna si nutrano anch'essi di stereotipi? “Io sono una cassaintegrata, una ricercatrice, un'impiegata, una commessa, un'universitaria, una casalinga” recita qualcuno dal palco di Piazza del Popolo. Come se si possa essere tutte queste cose solo se si è una donna. Ok, vi lascio passare la casalinga perché ancora non è stata provata l'esistenza sulla terra di uomini che lasciano il lavoro per seguire la casa e i figli, ma il resto no. Si stanno confondendo due questioni ben distinte: la lotta sacrosanta per un'immagine della donna diversa da una bambola gonfiabile e un'altra lotta sacrosanta, quella per una vita dignitosa. E questo tocca tutti signore mie, non solo noi donne.
Anche gli uomini potrebbero indire una bella manifestazione per dire che nemmeno loro sono tutti così, nemmeno loro vanno con minorenni o puttane/puttane minorenni, nemmeno loro guardano una donna solo “dal collo in giù”. Ne avrebbero tutto il diritto, forse anche più delle donne, eppure non lo fanno. Invece noi ci sentiamo sempre chiamate in causa, abbiamo la necessità quasi impellente di sottolineare quanto la vita ci vada comunque peggio dei maschi, quanto facciamo trecento cose alla volta – partoriamo (PARTORIAMO CAPISCI?), lavoriamo a casa e fuori casa – eppure siamo sottopagate, discriminate per il solo fatto di essere donne e, probabilmente, madri. Ed è tutto vero. Puliamo, rassettiamo, stiriamo, laviamo, cuciniamo, badiamo ai figli, spesso lavoriamo meglio e più di loro. E veniamo pagate circa il 20% in meno. Potete calcolare voi stesse il divario tra la vostra retribuzione e quella dei vostri colleghi uomini sul sito della Commissione europea occupazione, affari sociali e inclusione (http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=835&langId=i7),se proprio non potete farne a meno.
Il problema però sta a monte. Cosa avranno fatto le donne che hanno manifestato una volta tornate a casa? Secondo me, almeno la metà si sarà messa a stirare una montagna di camicie e a preparare il ragù sotto gli occhi del marito e dei figli che magari aspettavano il fischio d'inizio di Juventus-Inter comodamente seduti in poltrona. Ma chi li ha fatti diventare così? Le stesse donne che mezz'ora prima urlavano a squarciagola il loro dissenso. Il seme del maschilismo è femmina, ecco cosa penso. Dalle mie parti se un bimbo piange di cuore per un capriccio che la madre non vuole soddisfare – ad esempio, l'ennesimo giocattolo – arriva la nonna che le dice “e dabbillu chi es mascittu”, “daglielo, che è un maschietto”. Cosa si può pretendere da un bambino che cresce sapendo che il solo fatto di avere un pene gli permetterà di avere tutto ciò che vuole?
Alle bimbe va molto peggio. Qualche mese fa sono stata in un negozio di giocattoli con mia sorella; doveva comprare un regalo per la figlia di una sua amica. C'ero stata già a dicembre ma, in preda al panico pre-natalizio, non lo avevo notato; avendo solo nipoti maschi poi, non mi capita spesso di bazzicare tra winx e barbie. Ma vi assicuro che, in confronto a ciò che ho visto tra quegli scaffali, quelle donnine così smaliziate potrebbero essere innalzate a baluardo del femminismo. Facendo qualche piccola ricerca su internet, infatti, ho scoperto che è stata una certa Ruth Handler a inventare la prima bambola con le sembianze di donna insieme al poco convinto marito, il padre della Mattel Elliot Handler. E che donna: lunghi capelli corvini, orecchini a cerchio, rossetto rosso e un costume intero zebrato. Un costume intero che lasciava scoperte le cosce e, per di più, zebrato; una bambola così in mano a delle bambine borghesi, ci pensate? E nel 1959, quattro anni prima che esplodesse lo scandalo della minigonna. È curioso come, con il tempo, il suo nome sia stato accostato allo stereotipo della sciacquetta rifatta e senza cervello. Forse Skipper – la sorella minore e sfigata di Barbie, per i maschietti “sintonizzati” – ci ha messo lo zampino, chissà.
Comunque, scoprire questa storia mi ha rincuorata. Quando mia figlia mi chiederà di comprarle “barbie sposa” potrò dirle che anche lei per un po' è stata una donna con le palle. Ma se vorrà la cucina? Il passeggino? Il set per il bagnetto? Quello dei pannolini? E quello da stiro? Il bambolotto che piange? La lavatrice? Il seggiolino baby amore? La carrozzina? L'aspirapolvere di Hello kitty? Il lettino? Il dolce bebè nursery center? Il set per la pappa? Il carrello della spesa? Potrei continuare, ma vi risparmio. Questi sono solo alcuni degli articoli più venduti da uno dei più grandi negozi di giocattoli italiani; non sardi, siciliani, campani, pugliesi. Stiamo tirando su eserciti di casalinghe e manco ce ne rendiamo conto. Mentre i bimbi giocano a diventare supereroi, gormiti, combattenti kugan, super sayan alle bambine riserviamo un bel training autogeno di economia domestica, gli inculchiamo che un giorno non troppo lontano anche loro potranno lavare dei veri panni con una vera lavatrice e del vero detersivo, wow!
Ma che diavolo stiamo facendo, mi chiedo. E mentre lo faccio mi viene un'insana voglia; quella di intrufolarmi nelle case delle donne che hanno manifestato domenica mentre loro stirano e cucinano e marito e figli se ne stanno inebetiti di fronte alla tv. Però son già sicura di cosa troverei: scommetto 50 euro su Ciccio bello e carrozzina. Le bimbe più viziate avranno anche il resto, oltre una sfilza di barbie; le più emancipate anche un supermercato in miniatura nel quale esercitarsi a far di conto. Mi passa la voglia di avere figli quando penso a queste cose. Perché capisco che una madre acquisti boiate simili alla propria bambina solo per farla contenta, perché è quello che vuole ricevere per Natale o il compleanno, eppure rabbrividisco quando le vedo per strada, mamma e figlia con un passeggino rosa shocking per una.
La colpa non è solo loro, certo. Una buona fetta di responsabilità è delle nuove generazioni di compagne, mogli, fidanzate, delle donne con cui gli uomini dividono vita e casa. Siamo delle rompipalle. E questo è innegabile. Sempre giù a criticare, a dare “consigli” su come le faccende domestiche debbano essere fatte; già non le fanno volentieri e noi, idiote, gli diamo pure la scusa perfetta per evitarle: “tanto come le faccio io a te non vanno bene”, dicono. Ed è vero. Ma, per favore, sforzatevi maestrine diligenti, mandate giù una maglia rimpicciolita dopo un lavaggio a 50 gradi, un letto stropicciato, un piatto con ancora qualche traccia di unto. Chissà che un giorno, quegli orribili marchingegni giocattolo per bimbe non diventino unisex. O Spariscano, che ne dite?
(un estratto di questo post è apparso tra i commenti al Barbablog di Daria Bignardi, pubblicato sul Vanity Fair del 2 marzo del 2011, pag. 30)
(un estratto di questo post è apparso tra i commenti al Barbablog di Daria Bignardi, pubblicato sul Vanity Fair del 2 marzo del 2011, pag. 30)
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