Ogni giorno compiamo
azioni per così dire automatiche. Le chiamiamo abitudini: mangiamo
tre volte al giorno, dormiamo 8 ore a notte, beviamo una media di due
caffè... e almeno una volta al giorno accediamo a Facebook. Tutti
gesti quotidiani, a parte l'ultimo, li ripetiamo tanto quanto dura
il calendario per un motivo preciso: sopravvivere. Non si vive senza
mangiare, senza dormire e, oserei dire, anche senza caffè. Vi siete
mai chiesti, invece, perché la vostra giornata non si concluda senza
aver cliccato sulla big F?
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giovedì 21 luglio 2011
E tu perché lo fai?
Ogni giorno compiamo
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caffè... e almeno una volta al giorno accediamo a Facebook. Tutti
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il calendario per un motivo preciso: sopravvivere. Non si vive senza
mangiare, senza dormire e, oserei dire, anche senza caffè. Vi siete
mai chiesti, invece, perché la vostra giornata non si concluda senza
aver cliccato sulla big F? domenica 8 maggio 2011
Ma quanto sono belli gli "eversivi" della Corona?
“Sei felice?”. È una frase che mi ha fatto sognare appena l'ho letta su Corriere.it. Non tanto l'abito di Kate (un po' sì, lo ammetto...) o la schiera di piccole damigelle che sfilava lungo le navate dell'abbazia di Westminster. Ma quella domanda, semplice e diretta, rivolta da una donna all'uomo con cui ha appena giurato di vivere “finché morte non li separi”. Una di quelle frasi che un po' tutti vorremmo fare al nostro compagno, prima o poi. Ma non osiamo mai pronunciare.
Ci si sente goffi a parlare d'amore, chissà poi perché. Forse abbiamo paura che la risposta non sia esattamente quella che ci aspettiamo, di ricevere in cambio una mezza verità o di non essere capiti. Rettifico. La maggioranza delle persone ha di queste paure. Perché ce ne sono delle altre che di tutti questi pensieri se ne fregano e hanno l'ardire di pronunciarle, queste benedette parole. Ma forse nemmeno pensano che sia un ardire: lo dicono e basta, naturalmente come il respiro che viene fuori dal petto. Non è che dici: “Ok, ora inspiro e ora espiro”. Lo fai e basta.
Un uomo così lo ha raccontato Roberto Saviano in una puntata di “Vieni via con me” parlando dell'amore tra Mina e Piergiorgio Welbi. Non so se avete ascoltato o letto della loro storia (ne vale la pena, giuro): io non riesco più a levarmela dalla mente. La storia, tutta – felicità, speranza e dramma insieme – e quella domanda che Piergiorgio fa a sua moglie poco prima di morire: “Sei stata felice?”. “La migliore delle vite possibili, ho vissuto”, le risponde Mina. Saviano lo ha ripetuto tante volte qual è secondo lui la forza di una frase che sembra strappata da una pagina di letteratura: la sua onestà. Mina Welbi ha pensato che avrebbe potuto fare una vita diversa ma ogni volta è arrivata alla stessa conclusione: che quella che ha vissuto è stata senz'altro la più bella vita che avrebbe mai potuto vivere.
Certo, l'amore di William e Kate non ha nulla di quel sentimento consumato nel dramma della malattia. Entrambi sono giovani, ricchi, belli, in salute, hanno davanti a loro un futuro da fiaba. Eppure l'intensità di quella domanda io l'ho sentita lo stesso. E come me credo anche i due miliardi di persone che hanno sognato con loro dagli schermi di tutto il mondo. Qualcuno si è pure dato malato, mi hanno detto; altri sono addirittura volati fino a Londra pur di assistere in diretta alle “nozze del secolo”.
Io non lavoravo, quel giorno. Ma non ho guardato la tv; un po' spinta dal classico “e chi se ne frega?”, un po' dalla mia ostinata volontà di essere sempre controcorrente: beh, ho fatto una stupidaggine. Per non dire di peggio. Me ne sono accorta un attimo dopo aver letto il titolo dell'articolo pubblicato sul Corriere. E poi la sera stessa, dopo aver parlato per mezz'ora di quanto l'abito di Kate somigliasse a quello di Grace Kelly, quando mia madre mi ha detto, sorridendo: “Hai sentito cosa gli ha detto mentre scendeva dalla carrozza?”. Oltre ad aver finalmente capito da chi ho ereditato il mio romanticismo, ho capito anche un'altra cosa.
Quella che si è celebrata in mondovisione è la prima unione fondata sull'amore di tutta la storia della casa reale. William e Kate si sono conosciuti al college, hanno fatto l'amore, hanno convissuto, si sono presi e lasciati come una coppia qualsiasi. Anche se la loro non lo era affatto dato che il “lui” in questione era niente po po di meno che il principino dei Windsor. Se questa non è una rivoluzione, ditemi voi cos'è. Certo, sarebbe molto più semplice pensare che avrebbero potuto che ne so, scappare e arruolarsi nei corpi di pace; pensare allo spreco di denaro, al fatto che sia inconcepibile come una famiglia possa portare avanti un potere su base dinastica, insomma solo per il fatto di avere il sangue blu, e sentite un po': per volontà divina.
Sarà per una questione caratteriale o per colpa del segno zodiacale che mi ritrovo, ma io ai gesti eclatanti, alle rivoluzioni che partono dallo stomaco preferisco quelle che prendono il via dalla mente. Gli animi prendono fuoco con molta facilità, per motivi spesso futili. E, con altrettanta facilità, si spengono. Chi fa il suo e cerca di cambiarlo dall'interno, il sistema, invece, non si limita a cavalcare l'onda, ma continua a remare anche con la bonaccia: farà il doppio della fatica, forse non diventerà mai un eroe da ricordare, ma il minuscolo risultato che avrà raggiunto non glielo leverà nessuno, e da lì quelli che verranno dopo potranno partire per andare dove vorranno.
William e Kate a loro modo hanno sfidato la casa reale. Perché lui ha il sangue blu e lei rosso come tutti gli altri (sì, è ricca. Ma da quando in qua è una colpa?). Perché lei ha deciso di passare la notte prima delle nozze in un albergo e non, come direbbe l'etichetta, a Bukingam Palace. Perché il loro è il primo (almeno ufficialmente) matrimonio già consumato. Perché divideranno casa con Harry (il fratello di William) almeno finché non decideranno dove vivere. Insomma, perché hanno creato quello che i giuristi chiamerebbero “precedente”, un “modello per le future interpretazioni”. E se lo fai, non puoi tornare indietro – almeno non passando inosservato. Le regole reali da troppo tempo sotto naftalina sono state messe in discussione non da “uno del popolo” ma da un reale in persona e questo non può che significare qualcosa.
Che dire, dunque? Viva William & Kate!
mercoledì 16 febbraio 2011
Di chi è la colpa?
Domenica scorsa un milione di donne ha riempito le piazze al coro di “Se non ora quando” e io ero a fare shopping all'outlet di Barberino del Mugello. Mi sono sentita una borghesuccia vuota e superficiale. Quelle donne sono scese in piazza per rivendicare anche il mio di diritto a non essere considerata solo un buco e io nel frattempo mi pavoneggiavo di fronte a uno specchio con un nuovo vestito? Ho “peccato”, e per ben due volte. Perché ne ho comprato due, di vestiti. E non ci sono scuse soprattutto per una come me che è sempre pronta ad alzare quel suo ditino e a dire “questo non proprio si fa!”. La sindrome della maestrina diligente ce l'ho sempre avuta, d'altronde sono una bilancia. Ieri però mi sono sentita come una scolaretta secchiona che si rifiuta di passare il problema di matematica e poi si accorge di aver fatto quel piccolo, minuscolo errore che le costerà una A- . Insopportabile. Così sono andata sul sito di Repubblica e ho guardato qualche video della manifestazione di Roma: la sagra della retorica al femminile. A parte che non se ne può più di elenchi e liste, da quelle di pseudo-denuncia (“Vieni via con me” docet) a quelle della spesa che le casalinghe-lavoratrici disperate avrebbero lasciato a metà per andare in rivolta in tutta Italia.
Ma come è possibile che proprio coloro che lottano contro la visione stereotipata della donna si nutrano anch'essi di stereotipi? “Io sono una cassaintegrata, una ricercatrice, un'impiegata, una commessa, un'universitaria, una casalinga” recita qualcuno dal palco di Piazza del Popolo. Come se si possa essere tutte queste cose solo se si è una donna. Ok, vi lascio passare la casalinga perché ancora non è stata provata l'esistenza sulla terra di uomini che lasciano il lavoro per seguire la casa e i figli, ma il resto no. Si stanno confondendo due questioni ben distinte: la lotta sacrosanta per un'immagine della donna diversa da una bambola gonfiabile e un'altra lotta sacrosanta, quella per una vita dignitosa. E questo tocca tutti signore mie, non solo noi donne.
Anche gli uomini potrebbero indire una bella manifestazione per dire che nemmeno loro sono tutti così, nemmeno loro vanno con minorenni o puttane/puttane minorenni, nemmeno loro guardano una donna solo “dal collo in giù”. Ne avrebbero tutto il diritto, forse anche più delle donne, eppure non lo fanno. Invece noi ci sentiamo sempre chiamate in causa, abbiamo la necessità quasi impellente di sottolineare quanto la vita ci vada comunque peggio dei maschi, quanto facciamo trecento cose alla volta – partoriamo (PARTORIAMO CAPISCI?), lavoriamo a casa e fuori casa – eppure siamo sottopagate, discriminate per il solo fatto di essere donne e, probabilmente, madri. Ed è tutto vero. Puliamo, rassettiamo, stiriamo, laviamo, cuciniamo, badiamo ai figli, spesso lavoriamo meglio e più di loro. E veniamo pagate circa il 20% in meno. Potete calcolare voi stesse il divario tra la vostra retribuzione e quella dei vostri colleghi uomini sul sito della Commissione europea occupazione, affari sociali e inclusione (http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=835&langId=i7),se proprio non potete farne a meno.
Il problema però sta a monte. Cosa avranno fatto le donne che hanno manifestato una volta tornate a casa? Secondo me, almeno la metà si sarà messa a stirare una montagna di camicie e a preparare il ragù sotto gli occhi del marito e dei figli che magari aspettavano il fischio d'inizio di Juventus-Inter comodamente seduti in poltrona. Ma chi li ha fatti diventare così? Le stesse donne che mezz'ora prima urlavano a squarciagola il loro dissenso. Il seme del maschilismo è femmina, ecco cosa penso. Dalle mie parti se un bimbo piange di cuore per un capriccio che la madre non vuole soddisfare – ad esempio, l'ennesimo giocattolo – arriva la nonna che le dice “e dabbillu chi es mascittu”, “daglielo, che è un maschietto”. Cosa si può pretendere da un bambino che cresce sapendo che il solo fatto di avere un pene gli permetterà di avere tutto ciò che vuole?
Alle bimbe va molto peggio. Qualche mese fa sono stata in un negozio di giocattoli con mia sorella; doveva comprare un regalo per la figlia di una sua amica. C'ero stata già a dicembre ma, in preda al panico pre-natalizio, non lo avevo notato; avendo solo nipoti maschi poi, non mi capita spesso di bazzicare tra winx e barbie. Ma vi assicuro che, in confronto a ciò che ho visto tra quegli scaffali, quelle donnine così smaliziate potrebbero essere innalzate a baluardo del femminismo. Facendo qualche piccola ricerca su internet, infatti, ho scoperto che è stata una certa Ruth Handler a inventare la prima bambola con le sembianze di donna insieme al poco convinto marito, il padre della Mattel Elliot Handler. E che donna: lunghi capelli corvini, orecchini a cerchio, rossetto rosso e un costume intero zebrato. Un costume intero che lasciava scoperte le cosce e, per di più, zebrato; una bambola così in mano a delle bambine borghesi, ci pensate? E nel 1959, quattro anni prima che esplodesse lo scandalo della minigonna. È curioso come, con il tempo, il suo nome sia stato accostato allo stereotipo della sciacquetta rifatta e senza cervello. Forse Skipper – la sorella minore e sfigata di Barbie, per i maschietti “sintonizzati” – ci ha messo lo zampino, chissà.
Comunque, scoprire questa storia mi ha rincuorata. Quando mia figlia mi chiederà di comprarle “barbie sposa” potrò dirle che anche lei per un po' è stata una donna con le palle. Ma se vorrà la cucina? Il passeggino? Il set per il bagnetto? Quello dei pannolini? E quello da stiro? Il bambolotto che piange? La lavatrice? Il seggiolino baby amore? La carrozzina? L'aspirapolvere di Hello kitty? Il lettino? Il dolce bebè nursery center? Il set per la pappa? Il carrello della spesa? Potrei continuare, ma vi risparmio. Questi sono solo alcuni degli articoli più venduti da uno dei più grandi negozi di giocattoli italiani; non sardi, siciliani, campani, pugliesi. Stiamo tirando su eserciti di casalinghe e manco ce ne rendiamo conto. Mentre i bimbi giocano a diventare supereroi, gormiti, combattenti kugan, super sayan alle bambine riserviamo un bel training autogeno di economia domestica, gli inculchiamo che un giorno non troppo lontano anche loro potranno lavare dei veri panni con una vera lavatrice e del vero detersivo, wow!
Ma che diavolo stiamo facendo, mi chiedo. E mentre lo faccio mi viene un'insana voglia; quella di intrufolarmi nelle case delle donne che hanno manifestato domenica mentre loro stirano e cucinano e marito e figli se ne stanno inebetiti di fronte alla tv. Però son già sicura di cosa troverei: scommetto 50 euro su Ciccio bello e carrozzina. Le bimbe più viziate avranno anche il resto, oltre una sfilza di barbie; le più emancipate anche un supermercato in miniatura nel quale esercitarsi a far di conto. Mi passa la voglia di avere figli quando penso a queste cose. Perché capisco che una madre acquisti boiate simili alla propria bambina solo per farla contenta, perché è quello che vuole ricevere per Natale o il compleanno, eppure rabbrividisco quando le vedo per strada, mamma e figlia con un passeggino rosa shocking per una.
La colpa non è solo loro, certo. Una buona fetta di responsabilità è delle nuove generazioni di compagne, mogli, fidanzate, delle donne con cui gli uomini dividono vita e casa. Siamo delle rompipalle. E questo è innegabile. Sempre giù a criticare, a dare “consigli” su come le faccende domestiche debbano essere fatte; già non le fanno volentieri e noi, idiote, gli diamo pure la scusa perfetta per evitarle: “tanto come le faccio io a te non vanno bene”, dicono. Ed è vero. Ma, per favore, sforzatevi maestrine diligenti, mandate giù una maglia rimpicciolita dopo un lavaggio a 50 gradi, un letto stropicciato, un piatto con ancora qualche traccia di unto. Chissà che un giorno, quegli orribili marchingegni giocattolo per bimbe non diventino unisex. O Spariscano, che ne dite?
(un estratto di questo post è apparso tra i commenti al Barbablog di Daria Bignardi, pubblicato sul Vanity Fair del 2 marzo del 2011, pag. 30)
(un estratto di questo post è apparso tra i commenti al Barbablog di Daria Bignardi, pubblicato sul Vanity Fair del 2 marzo del 2011, pag. 30)
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